giovedì 11 luglio 2019

L'errore più grande che l'uomo può commettere è cercare lontano quello che ha dentro di se.

Il faticoso cammino di crescita che accompagna il nostro divenire negli anni è lastricato di strade diverse, a volte sentieri ... altre volte autostrade a tre corsie ... passando per ripidi sentieri di montagna o solinghe passeggiate sulla battigia. 
Difficile a dirsi cosa muove questa continua necessità di muoversi, cercare, esplorare, scappare, tornare e ... perdersi.
Ognuno da la sua risposta a questo continuo andare, ognuno una diversa angolazione della propria inquietudine, ognuno un diverso modo di cercare ... qualcosa.
Le mete raggiunte ed i posti visti creano un album fotografico dei ricordi, che diventano racconti poi ... lontane memorie. 
Ma alla domanda " dove ti ha portato questo continuo vagare? " la risposta cambia con l'età.
Scoprire il mondo! Cercare il mio futuro! Provarmi in nuove avventure! Sfidare me stesso! Conoscere gente interessante! Godere la vita ... che si vive una volta soltanto .............

Io credo che alla base ci siano due motivi:
1) Fuggire da qualcosa
2) Cercare qualcosa
e comunque sia, in entrambi casi, un vago senso di disequilibrio personale che cerca una compensazione. 
Tralasciando situazioni estreme di fuga da guerre, disastri, condizioni di forte disagio sociale o privato ... parlo di quell'andare senza un perché che nasconde un cercare ... continuo ... inquieto che si nasconde in mille cause e ragioni ma che nella sua sintesi si può esprimere ... semplicemente in ... cercare se stessi.
E perché cercarlo altrove, noi siamo in noi stessi, fragili esseri alla ricerca di una ragione o meglio una spiegazione del nostro esistere.
Intere generazioni di filosofi si sono posti le domande della vita e generazioni di povere anime come me hanno percorso le strade di questo mondo cercandosi ... 
Cercando una verità che è lì ... nemmeno ad un passo ... in se.
Tutte le  risposte alle nostre domande sono in noi, nell'intimo della nostra natura che calpestiamo, laceriamo, dimentichiamo a beneficio di risultati futili, esteriori che poco hanno a che vedere con le necessità essenziali .... abbiamo confuso le cose ... le apparenze ... il potere ... il sesso ... con l'ESSERE. 
Cerchiamo lontano le risposte perché abbiamo paura di sentire da vicino le domande ... domande retoriche che immaginano risposte immaginifiche tralasciando ... volutamente  ... la possibilità che quelle giuste siano semplici, banali, vicine ... anzi ... dentro.
Quand'è l'ultima volta che ci siamo posti davvero la domanda  " Dove sono io?".
Non il luogo, il momento o il contesto ma ... "Dove sono io ?"
Inteso come l'espressione più vera del proprio essere scevro da condizionamenti, paure, obiettivi esteriori ...
"Dove sono io?"
Scavando in quella immensa discarica di pensieri indotti, convenienze sociali, compromessi, pragmatismi, arrivismi, qualunquismi ... buttando via e sputando fuori tutto questo in un angolo troveremo un bambino rannicchiato con la testa appoggiata sulle ginocchia che si guarda intorno spaesato.
Quello è rimasto di noi ... in questo bailamme quotidiano di inutili ipocrisie abbiamo perso la nostra meta.
Non abbiamo bisogno di cercare lontano per trovare quello che è dentro di noi e che dobbiamo imparare a far crescere sano e vigoroso ... il nostro più intimo essere che sa riconoscere cosa è giusto e cosa è sbagliato, perché la vita è in bianco e nero e non esistono tutti quei grigi che vogliono farci credere esistere ... anzi ... essere necessari.
Il mio intento non è insegnare qualcosa ne tanto meno dare l'impressione di chi ha capito tutto della vita e di se, non ho manuali da scrivere ne ricette miracolose da vendere.
Io ho fede nell'uomo ... nella sua capacità di raggiungere il fondo e di darsi la spinta per risalire e credo che l'unica medicina non sia da ricercare fuori ma ... dentro di se.
Un novello naturalismo essenziale che riscopri i valori dell'essere che abbiamo dentro, da sempre, inchiodati sulle pareti dello stomaco che riconosce subito un errore ... chissà perché!

Buona vita


lunedì 3 dicembre 2018

La disumanizzazione dell:ambiente di lavoro

La "disumanizzazione" dell'ambiente di lavoro ...
Non sono più un ragazzino e osservo il mondo intorno a me come un rincorrersi di fatti e di esperienze che mi vedono sempre meno coinvolto perché non riesco più a sentirle mie ... troppo diverso il passo ... troppo diversa l'etica e le finalità ... esasperante la competizione ...
una continua lotta di gladiatori nell'arena della vita e del lavoro. Ricordo che quarant'anni fa si parlava con timore della robotizzazione  dei contesti lavorativi ... "Io robot" di Asimov dava il via alle tre leggi della robotica e una pletora di scrittori di fantascienza costruirono su queste una infinita serie di perversioni e malversazioni che innescarono in tutti noi la convinzione che il futuro era dei robot che prima o poi avrebbero controllato il mondo... menti semplici ed impressionate da una tecnologia emergente e velocissima che creava timore e rendeva ignoto il futuro ... Col senno di poi oggi viviamo un presente fortemente tecnologico e sempre più automatizzato ben lontano dal concetto di robotizzazione di Asimov ma certamente con sviluppi che hanno stravolto il nostro quotidiano. Ma se,  al momento, la disumanizzazione del lavoro non e' causata dai robot viviamo lo stesso questa realtà grazie all'uomo ad ai suoi comportamenti. Si tende a spezzare, nel contesto lavorativo la socialità ... comunicare in ufficio e' scrivere mail, nemmeno più telefonare (bisogna lasciar traccia degli accordi presi che possono altrimenti essere sconfessati) e questo anche se si e' vicini di scrivania ... la cultura del comando gerarchico passa attraverso la gestione del potere ... coltivando fra i propri collaboratori i meno confliggenti e quelli più disposti ad obbedire senza discutere ( salvo ritrovarseli attaccati alla giugulare alla prima occasione propizia) poco importa se questi ultimi spesso latitano di etica e di competenza ... sono braccio armato del potere del momento pronti a rivolgere le armi contro i  propri padroni appena questi mostrano cenni di cedimento. Non esiste più il confronto esperienziale fra il vecchio ed il nuovo lavoratore ... esiste sempre più una generazione di nuove menti che costruiscono il futuro delle aziende rinchiuse in torri di avorio inavvicinabili dalle quali partono gli impulsi vitali di un nuovo mondo che sempre più sa di antico ... generazione di caste che prevalgono per imposizioni di progettualizzazioni e comandi che si allontanano sempre di più dal territorio operativo ... che inventano realtà inesistenti salvo falsificare test e regole per raddrizzare grossolani errori per poi miseramente implodere sulle proprie balle. Io vivo ancora del romanticismo dei sognatori che inseguivano la logica di un riscatto sociale per se stessi e per il proprio territorio natio ... che puntavano innanzi tutto al rispetto personale e alla conoscenza delle proprie maestranze... del ruolo vero di capo ... quello che crea ricchezza per se e per tutti in un contesto etico corretto ... Romanticismo di altri tempi quando uomini e cose prevalevano per competenza e non per scorciatoie di potere. Dividi et impera, tutti contro tutti in una guerra al massacro che avvicina ai vertici sempre più ipocriti e sempre meno competenti.

domenica 5 novembre 2017

La mia azienda ideale? Notte stellata di Van Gogh !




Si!
La mia idea di azienda ideale è  l'incredibile e bellissimo quadro di Van Ghogh!
Un'azienda  ideale cresce piano, come somma di milioni di accurate pennellate che formano lentamente l'immagine di assieme ... un processo che ha in se il ritmo della lentezza, della pazienza... tracce inferte alla tela a volte di fretta .. altre con calma ... per poi allontanarsi e valutarne  da lontano l'effetto.  
Anche il risultato finale ha un perché...  perso nella follia del sogno. 
Van Gogh spaccò la logica dei colori traghettando l'idea di colore legata all'impressionismo trasformandola in un  caleidoscopio di colori vivi e vitali pieni della totale follia di un uomo che aveva raggiunto il sublime concetto del colore come espressione di vita ed emozioni. 
Un'azienda di successo ha la stessa paziente genesi ...  ogni particolare è pennellato con pazienza creando atmosfere di cura e ricerca del particolare, pennellando e correggendo, allontanandosi di qualche passo per vedere l'effetto d'insieme e correggere a volte solo una sottile sfumatura ...  perché  è  dalla cura del particolare e dalla sua follia che nasce la perfezione.
I processi, i flussi, le persone, i mezzi, le macchine ... un'armonia di movimento e di colore che deve trovare il giusto regista ... che lavori senza fretta alla ricerca della realizzazione dell'immagine mentale,...del sogno ... del risultato pensato ed agognato!
In questo approccio folle i punti fermi sono quelli che  hanno sempre  contrassegnato i successi:
Il sogno.... di realizzare qualcosa che va al di la del guadagno ma coglie l'aspirazione di una vita;
La pazienza ... di rendere partecipe di questo sogno le persone che scegliamo di avere intorno;
Il genio ... di predisporsi alla creazione di una realtà che sia diversa ... una musica che si contraddistingua da tutte le altre, che pure ci sono. Una sonorità unica e non bieca imitazione altrui;
L'orgoglio ... di mostrarsi fuori dal coro e di avere una cultura d'insieme sia all'interno che verso l'esterno.
Non è romantica visione di una realtà surreale è il desiderio di restituire al lavoro la dignità di un esercizio professionale e l'orgoglio di una visione di riscatto sociale per tutte le componenti dell'organizzazione lavorativa.
Tutto è in funzione di tutti, del cliente che non va fregato ma fornito, del dipendente che va premiato e correttamente retribuito, di un titolare che assume il rischio dell'imprenditoria inseguendo un proprio sogno e ricavandone un giusto compenso, di un contesto sociale e naturale che non subisca un impatto negativo da questa realtà imprenditoriale ma ne risulti arricchito e rivalutato. 
Insomma ... Notte stellata!


martedì 5 settembre 2017

L’inverno sta arrivando!


L’inverno sta arrivando!

Stavo faticosamente salendo verso il rifugio a più di 2400mt quando la fatica e la difficoltà di respirare mi ha costretto a fermarmi per riprendere fiato. Uno straordinario squarcio di natura si stagliava davanti a me e vette che arrivavano a 3300 mt davano l’esatta dimensione della mia inutilità. Un essere piccolo e meschino in un teatro di immensa imponenza che riaffermava l’esatta mia prospettiva e ridicolizzava paure ... aspirazioni ... desideri … davanti a me ciò che è stato ieri, ciò che è oggi, ciò che sarà domani ... quando nemmeno la polvere rimarrà di me.
In questo squarcio di immenso ho proiettato quello che rappresento (io piccola cosa)  in  questo schifo di mondo che la mia generazione ha contribuito a generare!

 Disperati contro disperati!

Migliaia di afflitti e manipolati disposti a perdere la vita in uno stretto mare di morte simbolo della vergogna di un mondo che non riesce a distribuire equamente ricchezza e benessere e che per tenere lontano questa disgraziata umanità ha brigato e complottato … di contro … un castello di carta di questa civiltà del benessere che sta afflosciandosi nell' ipocrisia generale.
Un manipolo di  corrotti e incapaci tesi solo alla gestione dei propri interessi ha pian piano incancrenito tutti i sistemi – paese. 
Nessun paese è scevro da questa pestilenza culturale!
La cultura del consumismo ha invaso anche le menti più nobili ... non mi riferisco al consumismo delle cose ma ... delle persone! … Usate e gettate via come brandelli di stoffa lacera.
Non c’è dignità in una civiltà che costringe metà della popolazione del mondo a vivere con meno di 1$ al giorno lottando quotidianamente contro la fame e le malattie!
Non c’è dignità in una civiltà che costringe un’altra corposa fetta di questa umanità a combattere la guerra quotidiana del sopravvivere per pagare le rate della macchina, della casa, del cellulare e lasciarsi convinti, a fine vita, di aver vissuto!
Tutto questo perché uno stretto manipolo di persone possa avere patrimoni immensi a discapito delle moltitudini. Il delirio di onnipotenza di povere anime che distruggono uomini, società, natura e risorse per accumulare patrimoni che non potranno mai godere fino in fondo e di cui, spesso, non conoscono l’entità.
Ma … il potere si nutre di se stesso … da sempre!

Senza uno scopo né una ragione!
E noi piccoli esseri pavidi ... vassalli sciocchi per una briciola del banchetto … costi quel che costi, per salvaguardare se stessi …  la propria famiglia … in una lotta di esseri piccoli per piccoli domini.
Quando è incominciato tutto questo? Quando abbiamo smesso di seguire i fulgidi esempi di una umanità che ha visto altre grandezze? Quando abbiamo incominciato a credere che un IPhone fosse un qualcosa a cui sacrificare giornate di vita? Quando il bello è diventato moda …  tale che ciò che è bello quest’anno è risibile il prossimo … come se la bellezza fosse un prodotto con scadenza!  
Tutta questa filosofia su cui si regge la nostra odierna espressione di civiltà è terreno sdrucciolevole come i sassi che fanno parte integrale di questo sentiero che sto percorrendo e che mi ha già visto miseramente scivolare con il sedere per terra.
I nostri pensieri sono piccoli come il rapporto che ho verso questa grandezza che mi sovrasta e non sarà la capacità, non mia, di raggiungere le vette e di piantarci su una bandiera a farci diventare padroni di quello che non può essere posseduto.
Non è la materialità che costruirà la nostra grandezza ma quella immensa interiorità che abbiamo smarrito … molto più grande di qualsiasi montagna, di qualsiasi ricchezza … la capacità di ritrovare la vera essenza dell’uomo … quella forza che secondo Darwin ci ha portato dall'essere scimmia a diventare uomo, che per i cristiani ha portato Dio a farci a sua immagine e così via .. per i maomettani, i confuciani, e gli uomini di qualunque fede e professione.

L’unico comune denominatore è … un trascendente che abbiamo venduto per un televisore al plasma!

Dei tanti battibecchi, sbattimenti di professionalità, polemiche e bisticci ne sono piene Tv  … Media  … Social … non sarebbe il caso di incominciare ad uscire fuori da questo sciocchezzaio e ritrovare quello che abbiamo davvero nelle vene?

Cosa?

Un sangue comune … un sentire di pace e benessere condiviso perché in ognuno di noi c’è un malessere che pulsa … una voce che dice che tutto questo è sbagliato … un desiderio di trascendere questa materialità alla ricerca di un benessere dell’animo …  una voglia di … insieme … che ha bisogno solo di trovare un progetto comune … siamo tutti stanchi di questo che vediamo intorno … vorremmo tutti vivere in pace una vita operosa e dignitosa … non è vero che non ce né per tutti …dobbiamo solo decidere che redistribuirlo non deve necessariamente portare ricchezza a qualcuno e che la grande quantità di materialità posseduta non ha alcun significato senza la condivisione …
Non è utopia è dare valore all’uomo e non alle cose … si può e si deve fare altrimenti per questa umanità … si … io credo che…

L’inverno sta arrivando!

domenica 30 luglio 2017

Quella difficile strada che porta alla coerenza!

Non c’è guida.
Non c’è tracciato.
Indicazioni inesistenti.
Se digiti sul tuo navigatore non trovi il tragitto più breve …
La strada che porta alla coerenza è lastricata di tentativi, tanti falliti … tanti abbozzati e abbandonati …
Troppo difficile immaginare che la strada della coerenza è semplicemente  dritto avanti a te!
La coerenza è il concetto d’inizio poi … è tutta una conseguenza!
Diventa difficile il cammino quando le sirene della convenienza e dell’opportunismo ti chiedono di svoltare, a volte a destra, a volte a manca ... se potessi alzarti in volo e seguire quelle false piste vedresti una strada che si avviluppa su se stessa in una spirale che sprofonda verso il basso … un baratro di perdizione dove solo un ballo in maschera può dare senso al tuo proseguire.
Bisogna avere coraggio e avere la barra dritta, consumare le scarpe in un cammino lungo e paziente, a volte in salita su montagne asperrime, con la neve che pulisce l’aria cadendo e si poggia sui pensieri e sulle emozioni e li raffredda con il suo calare dolce e dondolante … 
A volte ti costringe a scendere in una rapida discesa che ti conduce alle rive del mare della tranquillità ...
Sempre … avverti il senso di inadeguatezza!
Non riesci a spiegarti perché inizi con una folla che ti attornia come alla maratona  di  New  York  e poi sono solo pochi a raggiungere il traguardo … 
Tutto quello che incontri per strada ti consiglia scorciatoie, trucchi, “passaggi agevolatori” …
Perché fare tanta fatica per non raggiungere altro che il misero risultato di un vivere interiore ed esteriore fatto di collimazione etica che spesso non ti lascia altro fra le mani che … niente?
Quand’è che Avere ha vinto su Essere dando la risposta definitiva a Fromm?

giovedì 10 marzo 2016

Coaching. Il manager allenatore! (X post) Il coach e…come affrontare il livelli di performance al di sotto della media!


Coaching.

Il manager allenatore!

(X post) Il coach e…come affrontare il livelli di performance al di sotto della media!

Mi sono preso la briga di metter su queste riflessioni sul coaching che mi hanno portato addosso, a volte, anche qualche giudizio non proprio lusinghiero, ma...va bene così!
Nel seguitare il discorso però devo arrivare alla nota dolente legata alle performance sotto la media.
Cominciamo col dire che affrontare questo tipo di problema mi ha trovato sempre in seria difficoltà!
Sono assolutamente convinto che non esistano persone stupide… come sono assolutamente convinto che esistano persone che non hanno voglia di fare e che spesso abbiano come solo intento quello di prendere il prossimo per il……esistono anche persone che si avviluppano in una serie di difficoltà personali e ambientali che non riescono a dominare  rispondendo al lavoro con performance inadeguate.
Queste e altre considerazioni affollano la mente di un coach quando si trova di fronte ad una insufficiente risposta lavorativa di un proprio collaboratore.
Così come tante sono le possibilità che generano uno scarso rendimento, tante sono le possibili reazioni risolutive.
Non esistono standard e non esistono risposte univoche esiste solo la capacità del coach di “entrare” nella propria squadra…capirne le dinamiche generali e quelle personali… inseguirne i talenti e svilupparli… individuarne le debolezze e rimuoverle …. Ma la cosa più importante è…….capire ogni componente della squadra cosa si attende dalla stessa, dal coach e quale aspirazione ha per se stesso…. Prendere tutto questo insieme e dirigerlo verso l’obiettivo di lavoro……infine liberarsi da quello che il coach vuole e indirizzare il volere di ogn’uno verso quello che il lavoro vuole….

Acc….!

Proviamo ad affermare che i fattori che deprimono il risultato del gruppo sono di due tipi:
1)   Generali;
2)   Individuali.

Quelli generali evidenziano una diffusa difficoltà di raggiungere gli obiettivi prefissati oppure una persistente difficoltà d’interazione di gruppo o, ancor peggio, uno scollamento del gruppo dal proprio coach!
Questa situazione nella sua immane difficoltà è a modo suo più semplice da risolvere, rimosso il problema tutto si rimette in cammino!
Prima domanda da porsi: Il Coach è all’altezza di gestire il Gruppo?
Difficilmente il coach stesso è capace di capirlo (oltretutto un coach incapace è l’ultima persona capace di valutare se stesso) per cui la risoluzione di questo tipo di problema spetta al suo capo.
 Definito che il coach ha le giuste potenzialità le domande diventano tante ….proviamo a definirne qualcuna…

Gli obiettivi prefissati sono troppo ambiziosi?
I mezzi a disposizione sono inidonei?
La preparazione professionale e la formazione sono inadeguate?
Il fattore motivazionale non curato o insufficiente?
L’ambiente di lavoro poco sicuro o poco confortevole?
La convivenza fra gli elementi della squadra difficile?

Queste sono solo alcune delle cause che possono determinare un flop di squadra.  
La risposta a tutte queste domande trova una reazione che esula il rapporto coach/collaboratore ma implica le attività che il coach deve mettere in campo per creare i giusti presupposti per un buon lavoro di squadra.
Le soluzioni sono nel giusto rapporto con la diretta linea di comando alla quale risponde il coach.
Questa fase caratterizza l’attività di coaching verso “l’ Alto”.
Carisma, capacità relazionali, insistenza, giusta definizione degli obiettivi e  valore degli stessi, devono essere difesi e sostenuti.
Nessun coach e nessuna squadra riesce a giocare la partita che gli si pone avanti senza il giusto apporto di fiducia e supporto di mezzi, senza che la definizione del lavoro da compiere non si integri con la visione generale della mission aziendale avendone l’avallo e l’attenzione opportuna.
Quando il coach riesce ad inserire il proprio gruppo di lavoro nel contesto generale e ne riceve le adeguate attenzioni trova positiva risposta a tutte le domande che ho snocciolato prima.
Mezzi, coerenza degli obiettivi, spinte motivazionali, formazione e giusta scelta dei componenti della squadra, attenzione nei luoghi di lavoro e nei contesti di massima sicurezza e confort…. altrimenti…. diventa una lotta strenua ….un coach che vive in contatto asincrono con la propria struttura o con il suo diretto superiore di linea di comando è destinato a vivere momenti difficili e vede gradualmente ridurre tutte questi necessari supporti.
A questo punto due sono le soluzioni
1)   Cedere ad abbandonare il progetto intrapreso;
2)   Insistere nel perseguire, con tutte le difficoltà esistenti, un obiettivo che si ritiene giusto e da difendere negli interessi aziendali e nella stima delle proprie opinioni.

In questo contesto si determina una nuova tipologia di analisi del coaching:

a)  Il coach ligio alle indicazioni aziendali che accetta come indiscutibili le azioni intraprese dalla propria linea di comando senza preoccuparsi di elaborare una propria vision e obbedisce senza discutere;

b)   Un coach che, come un regista di centro campo di una squadra di calcio, prova a leggere la partita ed a intravedere le giuste tattiche di gioco. Un coach che vede e prova a correggere le errate impostazioni e sceglie di mettere a disposizione delle aree decisionali una proposta alternativa anche rischiando di essere un bastian contrario poco gradito.

Questo duplice coaching sarà oggetto di una prossima ripresa.

A questo punto, definita l’analisi dei fattori generali e intraprese le azioni opportune per mettere il gruppo nella condizione idonea al giusto andamento lavorativo, è necessario mettere mano ai fattori individuali che pongono limiti alle performance e le rendono insufficienti.

Note dolenti!

Non esistono ricette che si possono applicare a tutti…. Il rapporto fra coach e gruppo di lavoro è… uno a uno! Questo sottintende che le soluzioni sono da intraprendere caso per caso.
Un primo elemento è la misura delle performance di gruppo che aiutino a definire il dovuto e lo scostamento (positivo o negativo) da questo valore.
Questo è fattibile in attività che possono essere facilmente enumerate ma se la base di confronto e un’attività intellettiva? (es. come si può prendere in considerazione un parametro  sul recupero crediti limitandosi all’importo totale del recuperato prescindendo dalla difficoltà del recupero?).
 Abbiamo già accennato a questo discorso e ho lasciato aperte alcune considerazioni... 
In un modo perfetto le valutazioni sui grandi numeri tendono a essere paritetiche ma in questo mondo?
 Quanti giochetti si sono messi in essere per “far fuori” persone non gradite!
 I numeri aiutano molto se sono sinceri e non “manovrati”. Diventano un elemento di sicuro confronto se chi li legge ne conosce molto bene la genesi e le possibili “perversioni” tanto da interpretarne correttamente i risultati senza farsene scudo o farsi indurre in errore.
Interpretati i numeri e considerate le performance si definisce quali sono sotto la media, in tal caso credo che esistano due tipi di persone:

Chi non può
·         Perché manca delle competenze necessarie;
·         Perché non sa come fare;
·         Perché qualcuno o qualcosa gli impedisce di farlo.

Chi non vuole
·         Perché non motivato;
·         Perché rifiuta il lavoro in sé.

Sarebbe bello, a questo punto, poter mettere giù uno schema interpretativo delle varie situazioni, dando una scaletta fra situazioni ciclicamente deficitarie (voto 5), costantemente deficitarie (voto 4), mediamente appena al di sotto della norma (voto 6= ) e suggerire comportamenti, sanzioni, attività da svolgere.
Non credo sia questa la maniera!
Un coach deve, a prescindere, affiancare o fare affiancare da tutor validi i propri collaboratori e deve aver verificato tutte le condizioni previste dal “Chi non può”.
Un coach deve aver lavorato su ogni proprio collaboratore motivandolo e presentando il lavoro che fa come una necessaria rotella di un ingranaggio complesso che non può avere cedimenti di nessun tipo!
Molto spesso il coach deve affrontare i propri limiti  che si rispecchiano nei risultati dei propri collaboratori o persone che volutamente vanno in contrasto con lui!
Un coach che si rispetta impara da tutti e restituisce a tutti sapere allo stesso modo, dedicandosi in particolar modo a chi ha qualche difficoltà in più, distingue con sagacia chi deve essere direzionato verso “ il fare “ , chi verso il “ far fare “ e in ultimo chi  “fa da colla“ e tiene insieme il tutto.
Il coach vero è un direttore d’orchestra che esalta la sua migliore sezione e utilizza al meglio quella più “scarsa” ma costruisce la giusta melodia.
Il lavoro, in fondo, è una pantomima della vita  i ruoli gli stessi, le stesse difficoltà… la differenza è che se per un lavoro c’è qualcuno che paga poco interessa tutto ciò … si deve valutare il singolo e pretendere i risultati attesi senza ma e senza se.
Io credo che il lavoro debba vivere di obiettivi di Team più che personali, che le dinamiche del Team coprono ed esaltano i suoi componenti, che come si dice delle mie parti “ in ogni famiglia c’è la pecora zoppa “ e deve essere il Team a decidere se questa deve restare o andar via non un numero, non la volontà del Coach ma un ostracismo collettivo dettato dalla evidente impossibilità di gestire il lavoro comune.
Sono spesso accusato di “buonismo” per queste mie posizioni ma mi domando. Con queste normative sul lavoro come si fa a “costringere” al lavoro chi non vuole? Fra malattie, mobbing ed altro come si può “imporre”?
Ho scelto due strade, la prima è fermezza nel difendere, sponsorizzare e premiare le eccellenze, la seconda , invece, lavorare di comprensione, motivazione e, in modo particolare, con l’esempio  nei confronti delle situazioni deficitarie….
Le inimicizie personali? Fondamentale è gestire il contenzioso e ridurre al minimo il contrasto con l’aiuto e la pressione del Team.
In tanti anni di Leadership ho visto collaboratori che hanno chiesto di andar via dal mio gruppo di lavoro, altri avere nei miei confronti cattiva stima ammorbiditasi nel tempo.
Una sola volta ho chiesto di allontanare dal mio gruppo un collaboratore e mi è stato detto che gestirlo era un mio dovere ed una sfida personale.
Altri hanno convissuto con me e camminato le evoluzioni del lavoro con buon spirito di squadra ed in alcuni casi con eccellenti risultati personali.
Ho imparato pian piano queste cose:
  • confidare nell’esempio positivo
  • premiare sempre e con visibilità il lavoro ben fatto
  • essere giusto o almeno sbagliare il meno possibile
  • saper chiedere scusa dei propri errori senza difenderli ad oltranza
  • al cospetto di un fallimento partire dalla consapevolezza di essere il primo dei colpevoli
  • aver pazienza e insistere con metodo
  • trasferire senso di attaccamento al lavoro ed al risultato comune trasferire sapere ed esperienza a piene mani senza temere di ritrovarsi, prima o poi, al cospetto di qualcuno migliore di me….e saperlo ammettere! 

 Non è molto?  … non so quali ricette miracolistiche vi potevate aspettare ma  ...

vi posso assicurare che 
queste piccole e semplici cose costano gran fatica!

Alla prossima!

(Post non didattici ma espressione di esperienza lavorativa ultra-trentennale di lavoro, scritti e divulgati da persona non professionista della divulgazione ne dell’insegnamento. Hanno titolo di opinione personale maturata sul “campo”)

giovedì 4 febbraio 2016

Coaching. Il manager allenatore! (IX post) Il coach e…l’analisi dei livelli di performance!


Coaching.
Il manager allenatore!

(IX post) Il coach e…l’analisi dei livelli di performance!

Incominciamo col mettere in chiaro una cosa… per quanto mi riguarda li livelli di performance di un collaboratore o di un gruppo di lavoro non sono determinati solo da una utilissima sequenza di numeri,  parametri,  indici ma anche da considerazioni più intangibili come il risultato sul lungo periodo, la capacità di affrontare crisi aziendali e sviluppare soluzioni, gestire costantemente lo stress sia di gruppo che di ambiente, capacità di affrontare adeguatamente le innovazioni e camaleonticamente adattarsi al variare delle esigenze e dei processi lavorativi.
La cultura imperante dei nuovi manager tende a numerizzare tutto anche lavori che avrebbero bisogno di un’ analisi del risultato intangibile dell’opera dell’intelletto.
Possibile che risulti poco chiaro che esiste una sostanziale differenza nel considerare il numero di azioni compiute in una attività manuale e i tempi e le azioni che prevedono una analisi concettuale di un fatto?
Spostare un oggetto da qui a lì in modo sempre uguale a se stesso e senza valore aggiunto è un fatto certamente enumerabile, se l’oggetto che mi arriva  non è sempre lo stesso e devo compiere riflessioni o considerazioni di natura diversa primo di riporlo è altra cosa.
La  contestazione più frequente è:
se una operazione viene compiuta un numero considerevole di volte alla lunga è possibile creare una sorta di statistica… certo se la realtà contingente e l’oggetto fossero sempre uguali a se stessi!
A dirla tutta questa insana abitudine nasce di recente quando un’altrettanta insana abitudine legata alla necessità di cambiare continuamente assegnazione a addetti e a manager aziendali è diventata stile. Passi pure che tale atteggiamento sviluppa la capacità di accettare continuamente il nuovo e accrescere la versatilità della persona ma dove va a finire la competenza?
Non nasce forse il dubbio che la necessità di ridurre tutto in numero sia un mezzo per la lettura comune di un fatto di cui si capisce poco o niente per mezzo di un elemento universale più comprensibile?
Prima di essere lapidato in pubblica piazza permettetemi di chiarire due cose

a)    Credo fortemente nell’onesta del numero quando questo è inoppugnabile ed esprime sinceramente un risultato lavorativo molto meno quando lo si vuole forzare ad ogni costo in ogni realtà e contesto;
b)   Credo fortemente che addetti e manager debbano ruotare in contesti simili o connessi tra di loro  ma credo sia fortemente deleterio che passino attraverso mondi lavorativi completamente diversi a beneficio di una versatilità che tende ad abbassare il profilo del risultato.

Per fare un esempio sportivo è come dire che un attaccante deve provare a fare il portiere per capire come agisce il portiere e il centrocampista per capire come si imposta il gioco. Una volta su 1000 si potrà scoprire che un attaccante appena sufficiente si dimostri un talento come portiere…… 10 volte su 10 l’allenatore è esonerato!

Allora?

Non me ne vogliate se ho preso a calci polemicamente convinzioni oneste e i, in alcuni casi, condivisibili ma  il mio intento, provocatorio, è quello di spostare il centro dell’attenzione dai numeri alle persone …lì dove è necessario!
Un business plan per analizzare una start up aziendale è uno strumento indiscutibile, un grafico che spieghi i tempi e i modi di risposta di un banconista ad un cliente in un negozio di vendita assistita non terrà conto della soddisfazione del cliente, della fidelizzazione, della pubblicità del passaparola……

Non tutto è numero…!
Non si può vivere solo di…filosofia!
La risposta?
 E’ nel giusto mezzo!

Crearsi dei giusti parametri di raffronto lavorativo è sicuramente necessario e lì dove ci troviamo al cospetto di lavori che non richiedono grosso valore aggiunto da parte di chi lo effettua è sicuramente la chiave di volta della valutazione della performace.
Lì dove il valore aggiunto dell’addetto incide sulla qualità del risultato e la stessa ripaga più della quantità il numero può al massimo essere una componente, a volte non significativa, della valutazione della performance.
Credo che questo post mi alienerà la simpatia di molti, ma credetemi la deriva di certi comportamenti mi preoccupa.
Ho visto troppa gente licenziata sulla base di rapporti numerici che hanno via via, messo in ginocchio aziende storiche.
Ho visto troppo spesso manager creare la propria fortuna su numeri accuratamente addomesticati salvo poi scappare al primo rollio della barca che affonda.
Ho visto troppo spesso aziende che hanno venduto numeri falsi salvo essere scoperte e inventarsi soluzioni vergognosamente corruttive per salvarsi e spesso ..no.
Credo che coaching sia recuperare una umanizzazione del lavoro, e principalmente il rispetto della verità sul lavoro…. Riappropriarsi di un’etica comportamentale ormai abbandonata per una deriva utilitaristica individuale….
Non me ne vogliate se questo post ha creato più disappunto che piacere di leggerlo, che abbia insinuato più dubbi che aiutato a trovare soluzioni ma… è esattamente questo che volevo ottenere.
Credo che bisogna ricostruire i parametri di osservazione non solo del lavoro ma…di tutta  una vita…
Cambiare dal tanto..troppo…al qualitativamente migliore!
Non è necessario avere mille oggetti…ma avere quelli che servono e che siano migliori.
Non è importante vivere tanti fatti di vita ma viverne di qualitativamente più intensi.
In un mondo che spinge alla meccanizzazione o addirittura alla robotizzazione del lavoro non possiamo ancora stare a rincorrere la quantità quanto scoprire di nuovo la qualità di quello che facciamo.
Questa qualità non può far altro che riverberarsi nei risultati tangibili ed intangibili del lavoro.
Vivo personalmente una realtà commerciale…dove il valore aggiunto sarebbe pari quasi a zero se ci si dovesse limitare a comprare un oggetto da un produttore e consegnarlo ad un rivenditore o consumatore finale! 
La mission cambia nel tempo e diventa sempre più complessa, te ne porto quanto vuoi, dove vuoi, prestissimo, se succede qualcosa intervengo e risolvo, se sei curioso ti viviseziono l’oggetto attraverso l’esplicazione delle caratteristiche, delle curiosità legato all’oggetto della vendita, se un contrattempo ti ha urtato faccio in modo che non ri-capiti, ecc.ecc. in una sola parola trasformazione di un’azienda commerciale in una società di servizi!
E tutto questo? Con l’ausilio di meccanizzazione di processi, ed organizzazioni complesse che richiedono una sempre maggiore qualità di risposta degli addetti e dei manager dove il pensiero, la fantasia e la competenza diventano elemento da coltivare e stimolare perché solo attraverso queste caratteristiche si può competere in questa guerra senza quartiere scatenata dalla crisi…investire in cervelli non in appendici di macchine!
Concludo questo post, sotto alcuni aspetti, poco professionale con una considerazione che sembrerà ancora meno professionale ma che vuole chiarire il mio modo di vedere la cosa.
Qualche mese fa mi è passato fra le mani un testo di divulgazione scientifica de la “biblioteca delle scienze“, testi collegati all’editore di Le Scienze (edizione italiana di  Scientific American), il titolo “Dieci domande alle quali la scienza non può (ancora) rispondere” l’autore Michael Hanlon. La quarta domanda della serie vede l’autore riflettere della estrema necessità di migliorare i cicli di istruzione ed organizzazione del lavoro e dell’ardua difficoltà delle persone di tenersi al passo con questa società in iper-sviluppo tecnologico. Sono molte e variegate le considerazioni di carattere antropologico come piuttosto amara la conclusione che nonostante gli sforzi che possiamo compiere una, speriamo sempre più esigua, percentuale di persone vivrà il dramma dell’inadeguatezza delle proprie risposte conoscitive al cospetto delle difficoltà sociali e lavorative che dovranno affrontare.
La domanda che vorrei porre…una classe dirigente che si rispetti, a questo punto, tende ad insegnare a fare tanto o a fare bene….a correre o a pensare…..dove dovrebbe mettere l’accento? Tutto vive in dipendenza del contesto ma una correzione di tendenza credo sia necessaria!

Alla prossima!


( Post non didattici ma espressione di esperienza lavorativa ultra-trentennale di lavoro, scritti e divulgati da persona non professionista della divulgazione ne dell’insegnamento. Hanno titolo di opinione personale maturata sul “campo”)